I PRIMI CAMPANELLI DI ALLARME

LUCIA, 32 anni, è un’esperta di comunicazione, appassionata di padel e di cibo orientale.

“Quando ho ricevuto la diagnosi di idrosadenite suppurativa, avevo 32 anni, lavoravo a tempo pieno come impiegata in una società di consulenza. Una vita frenetica, in cui cercavo di tenere insieme tutto: il lavoro, il padel (la mia passione), la vita sociale. Passavo molte ore fuori casa e davo poca importanza ai segnali del mio corpo.
I primi campanelli d’allarme sono stati dei piccoli noduli dolorosi sotto l’ascella. All’inizio li ho sottovalutati, convinta fossero foruncoli legati al sudore o allo stress”.

Con il passare dei mesi, però, quei noduli hanno iniziato a ripresentarsi con maggiore frequenza e sempre nelle stesse aree. Il dolore mi accompagnava anche nei gesti più semplici: alzare il braccio, guidare, dormire su un lato. A volte le lesioni si infiammavano così tanto da costringermi a rimandare impegni o a inventare scuse per evitare uscite con gli amici. Mi sentivo così a disagio, soprattutto perché non capivo cosa stesse succedendo.

“A un certo punto, ho iniziato persino a scegliere i vestiti in base a quanto mi facessero male sulla pelle e a vivere con la costante preoccupazione che i sintomi potessero peggiorare”.

L’aspetto più difficile da gestire era l’andamento imprevedibile dei sintomi: periodi di apparente miglioramento si alternavano a ricadute improvvise.

Il vero campanello d’allarme è stato rendermi conto che non si trattava di episodi isolati, ma di qualcosa che stava influenzando la mia qualità di vita. Decidere di rivolgermi a uno specialista e dare finalmente un nome a ciò che stavo vivendo è stato il primo passo per smettere di sentirmi sola e iniziare ad affrontare la malattia”.

VIVERE CON L’IDROSADENITE SUPPURATIVA

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